L’amore è una realtà meravigliosa,

è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo!

(Benedetto XVI)



venerdì 16 maggio 2014

L’eros senza agape e l’agape senza eros (ovvero il corpo senza anima e l’anima senza corpo)

Il mondo moderno, secondo una efficace definizione di p. Raniero Cantalamessa, conosce sempre più un eros senza agape, ovvero:
un amore romantico, più spesso passionale, fino alla violenza. Un amore di conquista che riduce fatalmente l’altro a oggetto del proprio piacere e ignora ogni dimensione di sacrificio, di fedeltà e di donazione di sé. Non occorre insistere nella descrizione di questo amore perché si tratta di una realtà che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, propagandata com’è in maniera martellante da romanzi, film, fiction televisive, internet, riviste cosiddette “rosa”. È quello che il linguaggio comune intende, ormai, con la parola “amore” [1].
Freud ha dato una spinta notevole a questa linea, riducendo l’amore a eros e l’eros a libido, a pura pulsione sessuale. Da qui deriva anche la connessione classica tra eros e thanatos, tra amore e morte[2]. L’amore che per sua natura dovrebbe portare alla vita, porta invece ormai alla morte.
I credenti al contrario, prosegue Cantalamessa, sperimentano spesso un’agape senza eros, cioè un amore freddo, cerebrale, virtuosistico, fatto più di buona volontà che di slancio, di dovere più che di piacere.
Se la componente legata all’affettività e al cuore, viene sistematicamente negata o repressa, l’esito sarà duplice: o si tira avanti stancamente, per senso del dovere e per difesa della propria immagine, oppure si cercano compensazioni più o meno lecite, fino ai dolorosissimi casi che ben conosciamo. Al fondo di molte deviazioni morali di anime consacrate, non lo si può ignorare, c’è una distorta e contorta concezione dell’amore[3].
Molti teologi[4] fanno risalire tale spaccatura al Nuovo Testamento, e a San Paolo in particolare, che, usando quasi esclusivamente la parola agape, avrebbe con ciò eliminato l’eros riducendolo a peccato e quindi a vizio.
Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all'eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio[5]. Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?[6]
Ma, prosegue Papa Benedetto XVI nella sua Lettera Enciclica Deus Caritas est, “è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l’eros?[7].
Commenta Cantalamessa:
Si suppone che gli autori del NT siano al corrente sia del senso che il termine eros aveva nel linguaggio comune – l’eros cosiddetto “volgare” – sia il senso elevato e filosofico che aveva, per esempio, in Platone, il cosiddetto eros “nobile”. Nell’accezione popolare, eros indicava più o meno quello che indica anche oggi, quando si parla di erotismo o di film erotici, cioè il soddisfacimento dell’istinto sessuale, un degradarsi piuttosto che innalzarsi. Nell’accezione nobile, esso indicava l’amore per la bellezza, la forza che tiene insieme il mondo e spinge tutti gli esseri all’unità. (…) È difficile sostenere che gli autori del Nuovo Testamento, rivolgendosi a persone semplici e di nessuna cultura, intendessero metterli in guardia dall’eros di Platone. Essi evitarono il termine eros per lo stesso motivo per cui un predicatore evita oggi il termine erotico o, se lo usa, lo fa solo in senso negativo. Il motivo è che, allora come adesso, la parola evoca l’amore nella sua espressione più egoistica e sensuale. Il sospetto dei primi cristiani nei confronti dell’eros era ulteriormente aggravato dal ruolo che esso svolgeva negli sfrenati culti dionisiaci[8].
Appena il cristianesimo entra in contatto e in dialogo con la cultura greca del tempo, cade immediatamente ogni preclusione nei confronti dell’eros. Esso viene usato spesso, negli autori greci, come sinonimo di agape ed è impiegato per indicare l’amore di Dio per l’uomo, come pure l’amore dell’uomo per Dio, l’amore per le virtù e per ogni cosa bella.
Benedetto XVI invita a ritrovare una sintesi tra eros e agape che nasce da una chiarificazione di fondo:  l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende”[9]. Commenta Cantalamessa: Se eros significa slancio, desiderio, attrazione, non dobbiamo avere paura dei sentimenti, né tanto meno disprezzarli e reprimerli”[10]. Dobbiamo però educarli, gestirli, purificarli perché essi non divengano nostri feroci padroni pronti a renderci schiavi.
E’ altresì necessario che corpo e anima, costitutive dell’essere umano, ritrovino unità perché non perdano anche la loro profonda dignità.
Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. L'epicureo Gassendi, scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: « O Anima! ». E Cartesio replicava dicendo: « O Carne! »[11]. Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore — l'eros — può maturare fino alla sua vera grandezza.
Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.[12].
Tale sintesi tra corpo e spirito passa anche attraverso la filia, l’amicizia che ci apre alla gratuità dell’amore. E passa soprattutto, come vedremo, attraverso il Cristo.

Quando l’eros è integrato nell’agape, viene come ad essere impregnato dall’Amore e dal suo valore proprio; informatone come dall’interno, l’eros realizza il suo dinamismo proprio e porta a maturazione piena quanto ha in sé come germoglio. La differenza anche essenziale non è opposizione:
È una relazione analoga a quella tra moralità naturale e soprannaturale. La moralità soprannaturale cristiana, la santità, è qualcosa di qualitativamente nuovo rispetto a quella semplicemente naturale, qualcosa che la supera in modo incomparabile; non forma però alcun contrasto con la moralità naturale, ma la compie e la trasfigura. È così anche qui. In ogni amore naturale – anche nel più imperfetto – nell’amore come tale, sta un certo riflesso della carità, una certa immagine, un “germoglio”, che tende ad un compimento, che questo amore non può mai raggiungere in base alle proprie forze, ma esige secondo il suo spirito proprio[13].



[1] Cf. R. Cantalamessa, “Le due facce dell’amore: Eros e Agape”, I predica di Quaresima (25.03.2011), http://www.cantalamessa.org/?p=546
[2] Si arriva alla stessa costatazione leggendo la raccolta di poesie “I fiori del male” di Baudelaire” o “Una stagione all’inferno” di Rimbaud.
[3] R. Cantalamessa, cit.
[4] Vedi in particolare  Anders Nygren, Eros e agape. La nozione cristiana dell’amore e le sue trasformazioni, Bologna, Il Mulino, 1971 (or. 1930). Questa opposizione diventa uno dei temi centrali del pensiero protestante: non solo in Lutero (cfr. tesi 28 della controversia di Heidelberg), ma anche più tardi, ad esempio in un teologo come Anders Nygren (1890-1978). Per Nygren l’agape è l’amore che viene da Dio, l’eros è l’amore puramente umano. Il teologo svedese vede nell’esaltazione romantica dell’amore (l’eros) una forma di autocompiacimento, una divinizzazione dell’umano che sfocia nella distruzione di sé e nella morte (cf. Tristano e Isotta). Al contrario l’agape è ricevuto come grazia, in un atteggiamento di obbedienza filiale.
[5] Cfr Jenseits von Gut und Böse, IV, 168.
[6] Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 2
[7] Id., 3
[8] Cf. id, 4
[9] Id., 4
[10] R. Cantalamessa, cit.
[11] Cfr R. Descartes, Œuvres, a cura di V. Cousin, vol. 12, Parigi 1824, pp. 95ss.
[12] Benedetto XVI, cit., n.5
[13] D. von Hildebrand¸ Essenza dell’amore, Bompiani ed., Milano 2005, pag. 735.

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