L’amore è una realtà meravigliosa,

è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo!

(Benedetto XVI)



lunedì 26 maggio 2014

Gender o identità sessuale

Il termine “gender” non è più sinonimo di identità sessuale, ma viene invece utilizzato in modo distinto dal termine “sesso” . Ciò esprime l’idea, oggi diffusa, che l’identità sessuale di una persona può essere differente - se non addirittura opposta - da quella che ha per natura (sesso).
Ciò che sta a monte di tale mentalità è un concetto profondamente sbagliato di antropologia, dove il corpo umano non è parte essenziale e integrale dell’identità personale di un individuo. La conseguenza di una tale concezione frammentata di uomo, fa sì che possa essere ritenuto normale che l'identità sessuale e il sesso definito oggettivamente (biologicamente) dal corpo non coincidano.
L'antropologia - cioè la concezione dell'uomo - sostenuta dalla Chiesa, vede invece l'uomo come un tutt'uno: è un’ antropologia “integrata”, dove cioè l’identità personale si identifica con l'anima e con il corpo, il quale ha una propria dignità e valore. L’identità sessuale (il cosiddetto gender) è quindi legata al corpo così come oggettivamente (biologicamente) strutturato e definito.
Educare alle differenze
È vero: la storia ha registrato non poche ingiustizie e discriminazioni proprio legate alla distinzione fra sessi, ben vengano, dunque, le ventate di libertà che smantellano ruoli rigidi e gabbie sociali, quali erano diventati i ruoli del maschile e del femminile fino agli anni settanta, ben vengano gli incoraggiamenti al rispetto reciproco e alla tolleranza che sa accogliere comunque l’altro da sé, tuttavia, come sempre accade nella storia, il pendolo ora è in direzione totalmente opposta. Il sesso è biologicamente dato, ma il genere non dovrebbe essere semplicemente binato, dicono voci internazionali, perché educare, così sostengono alcuni, secondo l’essere maschio o femmina creerebbe nuovamente stereotipi e condizionamenti che etichettano e ingabbiano la creatività e la possibilità di diventare quello che si vuole. Secondo questa visione, far crescere i bambini, a partire dalla differenza tra sessi, non sarebbe (come invece è) aderire a un piano di realtà, ma sarebbe perpetuare vecchie e desuete icone – quelle, peraltro, delle tanto amate fiabe che hanno accompagnato la nostra infanzia – della gentile e buona Cenerentola, dell’ingenua Biancaneve e dell’atteso e virile Principe Azzurro, che uniformerebbero e appiattirebbero il potenziale umano. Se dunque le caratteristiche della mascolinità e femminilità sono prodotti di una cultura omologante e avvilente, l’orizzonte ideale è quello di spazi «neutrali » (categoria oggi bandita perfino dalla psicoanalisi che pure ne faceva uno dei propri cavalli di battaglia), dove ciascuno possa essere quello che vuol essere. Negare le differenze e le reciproche complementarietà è la vera discriminazione dei nostri tempi[1].
Le ragazze sentono meglio dei maschi, così come sono biologicamente differenti le capacità percettive della vista. Negare questa differenza non aiuta ad educare, né aiuta a non disprezzare l'altro, invita semmai a disprezzare se stessi e il proprio corpo perché incapace di fare alcune cose in luogo di altre. Il cervello dei maschi e delle femmine organizza in modo diverso lo spazio, così come le stesse informazioni: “Avendo proporzionalmente più materia bianca, e quindi molte connessioni sinaptiche, una rete associativa maggiore e articolata, l’elaborazione delle informazioni nelle donne, sembra essere caratterizzata da combinazione, associazione, e quindi preludere a una migliore capacità in attività come il linguaggio”[2].
Un aspetto che viene sottointeso ma che il linguaggio spesso non coglie è che “diverso” non vuol dire “peggiore”, ma semplicemente “differente”. L'ideologia gender, sembra ossessionata dall'idea di appiattimento delle differenze: tutti uguali, tutti individui ma nessun legame, neppure con se stessi e la propria fisicità.  I tentativi di annullare le differenze non sono segno di una società più democratica, semmai di una più totalitaria. 

Vent'anni fa, quando frequentavo l'università, nei miei corsi m'imbattei negli "studi di genere" (gender studies nel mondo accademico anglosassone), una denominazione che raccoglie ricerche filosofiche, sociologiche e psicologiche che studiavano il femminile e successivamente il maschile. Queste riflessioni nascevano dalla presa di consapevolezza che l'immagine della donna, e il suo posto nella società, erano determinati da una cultura a predominanza maschile la quale perpetuava un'idea d'inferiorità e una pratica di subordinazione della donna.
L'obiettivo era la comprensione dell'identità e della differenza femminile, nella misura in cui non dipendono dal dato biologico, ma da un'elaborazione simbolica e culturale. Un esempio banale e immediato è l'idea, per lungo tempo universalmente accettata, dell'inferiorità intellettuale della donna escludendola così dalla vita politica e dagli studi. Sulla stessa linea, i gender studies hanno inevitabilmente cominciato a occuparsi delle omosessualità, le quali sollevano questioni particolari.
Il punto è che le teorie formulate in proposito sono tante e molto diverse. Le rappresentazioni a cui ho accennato sono perciò forzature arbitrarie, perché non rispecchiano la realtà. Solo le teorie più radicali postulano un'insignificanza della differenza biologica e più a monte antropologica, con i rischi di destabilizzazione sociale e di disintegrazione dell'identità dell'umano denunciati dal magistero. È un fraintendimento che chiude la porta, nel mondo cattolico, a un confronto sereno perché tante questioni e prospettive sono accomunate indebitamente sotto l'etichetta dispregiativa del gender. Così, si butta via con l'acqua sporca il bambino di un patrimonio di pensiero che aiuta a riconoscere e valorizzare pienamente nella società, ma anche nella chiesa, le ricchezze del maschile e del femminile. Vuol dire non riuscire comprendere fino in fondo l'immagine di Dio nel "maschio e femmina li creò" di Genesi.
Se non sappiamo pensare il femminile al di là di costumi e rappresentazioni stereotipate, per esempio, come comprendere l'esercizio della maternità nell'economica, nella politica, nella scienza, al di là dell'atto di generare fisicamente i figli? E lo stesso vale per il maschile. E oltre la maternità e la paternità?
Dieci anni fa, Franco Giulio Brambilla, oggi vescovo di Novara, denunciava un ritardo nell'antropologia cristiana: tra l'identità profonda e la sua realizzazione sta la cultura, cioè gli usi e costumi che strutturano la coscienza e le relazioni. In che cosa consiste una cultura cristiana dell'identità di genere? In altre parole, come la fede cristiana fa discernere e vivere concretamente nel quotidiano la verità dell'essere uomo e donna? Certo, questo vuol dire rompere relazioni di potere che fa comodo mantenere. Pensiamo alla discussione sulle donne nelle liste elettorali...
Lo sa bene papa Francesco, quando pone il problema dell'accesso delle donne a ruoli decisionali nella chiesa (cfr. Evangelii gaudium 104). Lo sanno anche meglio tante teologhe, religiose e laiche, che ben conoscono questi temi e la cui voce trova ancora poco spazio.
Tra loro, ricordo Serena Noceti, vice presidente dell'Associazione Teologica Italiana, che ha da poco pubblicato un interessante testo, «Sex gender system: una prospettiva?» (in AA.VV., Avendo qualcosa da dire. Teologhe e teologi rileggono il Vaticano II, Paoline 2014), che aiuta a farsi idee più precise. Richiamo solo due passaggi.
«La domanda sull'identità di uomini e donne si colloca al crocevia tra natura e cultura, senza riduzioni indebite e insostenibili al solo dato della differenza biologica e genetica, senza restringimenti a letture statiche dei "ruoli sociali"». Ciò significa smascherare false idee di natura, risalenti a una filosofia essenzialista e astorica, che legittimano la marginalizzazione femminile anche in ambito religioso. Infatti, nei documenti della chiesa «il soggetto umano è presentato in modo apparentemente neutro. Oggi siamo più avvertiti del fatto che in realtà ogni theoria antropologica occidentale nasce e si sviluppa intorno a un codice androcentrico, intorno a un maschile universalizzato e dichiarato neutro. La prospettiva di gender permette di decodificare l'implicito, di criticare i concetti falsamente universali di persona, individuo, soggetto ecclesiale, di svelare i meccanismi simbolici del maschile e del femminile nella liturgia, nel dire Dio e l'uomo, nel pensare la rivelazione e la storia della salvezza, nel definire la Chiesa (ad esempio le metafore femminili di sposa e madre)»[3].



[1] Dall'introduzione al saggio “Educare al femminile e al maschile” (Paoline) di Tonino Cantelmi e Marco Scicchitano che spiegano: “prima c’è sempre la persona con la sua unicità, carattere e storia personale. Inoltre, è bene sapere che, soprattutto per quanto riguarda le differenze fisiologiche cerebrali, queste sono riscontrabili soprattutto nella fase di sviluppo compresa tra i sette e i diciotto anni, per poi attenuarsi molto”.
[2] Uno studio molto importante di Richard Haier ha ottenuto il risultato di mostrare che esiste una differenza tra il cervello maschile e il cervello femminile. A parità di intelligenza la massa cerebrale dei maschi era composta proporzionalmente da molti più neuroni (5-6 volte maggiore rispetto alle donne), sede dei centri di elaborazione delle informazioni, mentre in quello femminile si riscontrava una maggiore presenza di glia, o materia bianca, il tessuto fisiologico che connette i vari centri (10 volte superiore rispetto agli uomini). Come abbiamo visto, a una differenza strutturale spesso corrisponde una differenza funzionale e i dati della ricerca di Haier suggeriscono che l’elaborazione cerebrale delle informazioni avvenga in modo differente nei maschi e nelle femmine.
[3] C. Albini, Gli equivoci del “gender”, in Vino nuovo, 27.03.2014: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1639

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