L’amore è una realtà meravigliosa,

è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo!

(Benedetto XVI)



domenica 8 giugno 2014

L’arte di amare

«Amare è bene; saper amare è tutto»[1].

Erich Fromm, noto psicoanalista e scrittore tedesco, pubblicò nel 1957 “L’arte di amare”[2]. In questo celebre saggio avverte subito i lettori che non intende offrire un manuale di sessualità, piuttosto dimostrare che amare è un’arte e che, come tale, si apprende attraverso la disciplina, lo sforzo e la saggezza. Per molti non è così: l’amore è visto piuttosto come una esperienza fortuita, di cui si può apprendere a priori ben poco. E questa convinzione è, secondo l’autore, causata da alcune premesse:
1.  “La maggior parte della gente ritiene che amore significhi "essere amati", anziché amare; di conseguenza, per loro il problema è come farsi amare, come rendersi amabili, e per raggiungere questo scopo seguono parecchie strade.
Una, preferita soprattutto dagli uomini, consiste nell'avere successo, nell'essere ricchi e potenti quanto lo possa permettere il livello della loro posizione sociale. Un'altra, seguita particolarmente dalle donne, è di rendersi attraenti, coltivando la bellezza, il modo di vestire, ecc. Una terza via, seguita da uomini e donne, è di acquisire modi affabili, di tenere conversazioni interessanti, di essere utili, modesti, inoffensivi. Molti dei modi per rendersi amabili sono gli stessi impiegati per raggiungere il successo, per "conquistare gli amici" e la gente importante. Come dato di fatto, quel che la gente intende per "essere amabili", è essenzialmente un insieme di qualità”[3].
2.  “La gente ritiene che amare sia semplice, ma che trovare il vero soggetto da amare, o dal quale essere amati, sia difficile”[4].
2.1         Nella nostra cultura consumista si desidera acquistare tutto ciò che ci si può permettere. Così è anche nell’amore: si cerca il massimo che possiamo permetterci e tale massimo, in termini di “attrattiva” è molto legato alla moda del momento. “A questo modo due persone si innamorano, certe di aver trovato sul mercato l'oggetto migliore e più conveniente, considerando i limiti dei loro valori di scambio”[5].
3.  “Il terzo errore che porta alla convinzione che non vi sia nulla da imparare in materia d'amore, è la confusione tra l'esperienza iniziale d'innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva, e si sentono vicine, unite, questo attimo di unione è una delle emozioni più eccitanti della vita. È ancora più meravigliosa e miracolosa per chi è vissuto solo, isolato, senza affetti. Il miracolo di questa intimità improvvisa è spesso facilitato se coincide, o se inizia, con l'attrazione sessuale. Tuttavia, questo tipo di amore è per la sua stessa natura un amore non duraturo. Via via che due soggetti diventano bene affiatati, la loro intimità perde sempre di più il suo carattere miracoloso, finché il loro antagonismo, i loro screzi la reciproca sopportazione uccidono ciò che resta dell'eccitamento iniziale. Eppure, all'inizio, essi non lo sanno; scambiano l'intensità dell'infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell'intensità del loro sentimento, mentre potrebbe solo provare l'intensità della loro solitudine”[6].
Di fronte agli innumerevoli fallimenti che si subiscono nei rapporti amorosi, dobbiamo innanzitutto convincerci che “l'amore è un'arte così come la vita è un'arte: se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere allo stesso modo come se volessimo imparare qualsiasi altra arte, come la musica, la pittura, oppure la medicina o l'ingegneria. Quali sono i passi necessari per imparare un'arte? Possiamo dividerne il processo in due parti: teoria e pratica”[7].
“Ma, oltre a conoscere teoria e pratica, c'è un terzo fattore necessario per diventare maestro in qualunque arte: non deve esserci al mondo nient'altro di più importante. Questo vale per la musica, per la medicina, per l'amore. E forse, qui sta la risposta alla domanda perché la nostra civiltà cerca così raramente d'imparare quest'arte, ad onta dei suoi fallimenti; nonostante la ricerca disperata d'amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; quasi ogni nostra energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuna per conoscere l'arte dell'amore”[8].
L’uomo non basta a sé stesso, sente fortemente il bisogno di rompere la sua solitudine e a volte “tenta di fuggire all'isolamento rifugiandosi nell'alcool e nelle droghe ma si sente ancora più solo quando è finito lo stato di ebbrezza, e di conseguenza è spinto a ricorrevi con sempre maggior frequenza e intensità”. Anche la ricerca dell'orgasmo sessuale “può assume una funzione che li rende non molto diversi da alcolizzati e dai tossicomani. Diventa un tentativo disperato di sfuggire all'ansia suscitata dalla separazione e il suo risultato è un sempre crescente senso d'isolamento, poiché l'atto sessuale senza amore, non riempie mai il baratro che divide due creature umane, se non in modo assolutamente momentaneo”[9].
La soluzione più frequente per uscire dal senso di isolamento è quella di unirsi ad un gruppo sociale, di condividerne (e di conformarsi ai) costumi, usi, pratiche e credenze[10]. Oppure di cercare in un altro una simbiosi che non tiene conto della reciproca integrità: sottomettendo o sottomettendosi ad un altro (sadismo[11] o masochismo[12]).
“In contrasto con l'unione simbiotica, l'amore maturo è unione a condizione di preservare la propria integrità, la propria individualità. L'amore è un potere attivo dell'uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d'isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere se stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell'amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due[13].
“L'amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto "dare" e non ricevere.
Che cosa significa dare? La risposta sembra semplice, ma in realtà è carica di ambiguità e di complicazioni. Il malinteso più comune è che dare significhi "cedere" qualcosa, essere privati, sacrificare. La persona il cui carattere non si è sviluppato oltre la fase ricettiva ed esplorativa, sente l'atto di dare in questo modo. Il "tipo commerciale" è disposto a dare, ma solo in cambio di ciò che riceve; dare senza ricevere, per lui significa essere ingannato. La gente arida sente il dare come un impoverimento. La maggior parte degli individui di questo tipo, di solito sì rifiuta di dare”[14].
“Per la persona attiva, dare ha un senso completamente diverso. Dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e di potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccante di vita e di felicità. Dare dà più gioia che ricevere, non perché è privazione, ma perché in quell'atto mi sento vivo”[15].
“Che cosa dà una persona a un'altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita. Ciò non significa necessariamente che essa sacrifichi la sua vita per l'altra, ma che le dà ciò che di più vivo ha in sé; le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale. In questo dono di se stessa, essa arricchisce l'altra persona, sublima il senso di vivere dell'altro, sublimando il proprio. Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita. Ma nel dare non può fare a meno di portare qualche cosa alla vita dell'altra persona, e colui che riceve si riflette in essa; nel dare con generosità, non si può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno. Dare significa fare anche dell'altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Nell'atto di dare nasce qualcosa, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambe. Ciò significa che l'amore è una forza che produce amore; l'impotenza è l'incapacità di produrre amore”[16].
“… in quest'orientamento l'individuo ha vinto l'indipendenza, l'onnipotenza narcisistica, il desiderio di sfruttare gli altri o di tesaurizzare, e ha tratto la fede nei propri poteri umani, il coraggio di fare assegnamento nel conseguimento delle proprie mète. Nella misura in cui queste qualità mancano, egli ha paura di dare se stesso, e quindi di amare”[17].
Al di là dell'elemento del dare, il carattere attivo dell'amore diviene evidente nel fatto che si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme d'amore. Questi sono: la premura[18], la responsabilità, il rispetto[19] e la conoscenza[20].
Le età dell’amore
Fromm prosegue soffermandosi sull’amore del bambino e dei genitori:
Per la maggior parte dei bambini prima dell'età degli otto-dieci anni, il problema è quasi esclusivamente quello di essere amati per quello che sono. Il bambino di quest'età non ama ancora; risponde con gratitudine, con gioia all'amore. A questo punto dello sviluppo del bambino, subentra un nuovo elemento nel quadro: il desiderio di produrre amore mediante la propria attività. Per la prima volta il bambino crede di dare qualcosa alla madre (o al padre), di produrre qualcosa - una poesia, un disegno, o qualunque cosa sia. Per la prima volta nella vita del bambino l'idea dell'amore è spostata dall'essere amato in amare, in amore creativo. Devono passare molti anni, da questo inizio, per raggiungere la maturità dell'amore. È così che il bambino, che ora è adolescente, ha vinto il suo egocentrismo; l'altra persona non è più solo un mezzo per soddisfare i suoi bisogni. I bisogni dell'altra persona sono importanti quanto i suoi, in realtà sono diventati più importanti. Dare è diventato più soddisfacente, più bello, che ricevere; amare più importante che essere amato. Amando è uscito dalla cella della solitudine e dell'isolamento, costituita dallo stato di narcisismo ed egocentrismo, prova un nuovo senso di fusione, dì solidarietà. Oltre a ciò, sente la potenza di produrre amore amando - piuttosto che la subordinazione di ricevere essendo amato - e per la ragione di essere piccolo, indifeso, malato, o "bravo". L'amore infantile segue il principio: amo perché sono amato. L'amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L'amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L'amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo[21].
Anche la madre deve fare questo percorso di maturazione: amare il bambino finché è piccolo e completamente legato a lei è cosa che appartiene alla natura e che può corrispondere al bisogno narcisistico della madre che vede nel suo piccolo una sua creatura, qualcuno che dipende totalmente da lei.
Ma il bambino deve crescere. Deve emergere dal grembo materno; diventare un essere completamente indipendente. La vera essenza dell'amore materno è di curare la crescita del bambino, e ciò significa volere che il bambino si separi da lei. Qui sta la differenza con l'amore erotico. Nell'amore erotico, due persone distinte diventano una sola. Nell'amore materno, due persone che erano una sola, si separano. La madre deve non solo tollerare, ma desiderare e sopportare la separazione del figlio. E’ solo a questo stadio che l'amore materno diventa un compito così difficile da richiedere altruismo, capacità di dare tutto senza chiedere niente e di non desiderare niente altro che la felicità dell'essere amato. E anche a questo stadio che molte madri falliscono nel loro compito. La narcisista, l'autoritaria, la tirannica può riuscire ad essere una madre "amorosa" finché il bambino è piccolo. Solo la donna veramente "amante", colei che è più felice di dare che di ricevere, può essere una madre amorosa durante il processo di separazione del bambino.
L'amore materno per il bambino che cresce, amore fine a se stesso, è forse la forma d'amore più difficile a raggiungersi, ed è anche la più ingannevole, a causa della facilità con cui una madre ama la propria creatura. Ma proprio a causa di questa difficoltà, una donna può essere una madre veramente amorosa solo se può amare; se è capace di amare il proprio marito, altri bambini, il prossimo, tutti gli esseri umani. La donna che è incapace di amare in questo modo, può essere una madre affettuosa finché il bambino è piccolo, ma non può essere una madre amorosa. La condizione per esserlo è la volontà di affrontare la separazione, e, anche dopo la separazione, la capacità di continuare ad amare[22].
Gli oggetti d’amore
L'amore non è soltanto una relazione con una particolare persona: è un'attitudine, un orientamento di carattere che determina i rapporti di una persona col mondo, non verso un "oggetto" d'amore. Se una persona ama solo un'altra persona ed è indifferente nei confronti dei suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico, o un egotismo portato all'eccesso. Eppure la maggior parte della gente crede che l'amore sia costituito dall'oggetto, non dalla facoltà d'amare. Infatti, essi credono perfino che sia prova della intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona "amata"[23].
La particolare relazione con il soggetto amato spinge l’autore a descrivere diverse tipologie d’amore: quello fraterno (“forma più fondamentale d’amore[24]), quello materno (“la più alta forma d'amore e il più sacro dei vincoli affettivi[25]) e quello erotico:
L'amore fraterno è tra simili; l'amore materno è amore per l'essere indifeso. Così diverse tra loro, queste forme d'amore sono, per loro stessa natura, non limitate a una persona. Se io amo mio fratello, amo tutti i miei fratelli; se amo mio figlio, amo tutti i miei figli; e oltre a ciò, amo tutti i bambini che hanno bisogno del mio aiuto. In contrasto con entrambe queste forme, è l'amore erotico; questo è il desiderio della fusione completa, dell'unione con un'altra persona. È per sua stessa natura esclusivo e non universale; è forse la più ingannevole forma d'amore che esista[26].
L’ingannevolezza dell’amore erotico è insita nell’esperienza dell’innamoramento che è per sua natura, come già detto, di breve durata. Per la maggior parte delle persone “l'intimità è stabilita principalmente col contatto sessuale[27].
Ma il desiderio sessuale può essere stimolato dall'ansia della solitudine, dal desiderio di conquistare o di essere conquistato, dalla vanità, dalla volontà di ferire e perfino di distruggere, così come può essere stimolato dall'amore. Sembra che il desiderio sessuale possa facilmente essere confuso, o essere stimolato, da una forte emozione. Poiché il desiderio sessuale è insito nella mente e associato al bisogno d'amore, è facile concludere che ci si ama quando ci si desidera fisicamente. L'amore può ispirare il desiderio dell'unione sessuale; in questo caso la relazione fisica manca di brama, di desiderio di conquistare o di essere conquistato, ma è caratterizzata dalla tenerezza. Se il desiderio di unione fisica non è stimolato dall'amore, se l'amore erotico non è anche amore fraterno, non porta mai alla fusione se non in un senso orgiastico e fittizio. L'attrazione sessuale crea, sul momento, un'illusione d'unione, eppure senza amore questa "unione" lascia due esseri estranei e divisi come prima - a volte li fa vergognare l'uno dell'altro e li fa perfino odiare l'un l'altro, perché quando l'illusione è svanita essi si sentono più estranei di prima. La tenerezza è senza dubbio, come credeva Freud, una sublimazione dell'istinto sessuale; è la conseguenza diretta dell'amore fraterno, ed esiste sia nelle forme psichiche d'amore, che in quelle fisiche[28].
Spesso, l'esclusività dell'amore erotico è interpretata come attaccamento possessivo. È molto frequente trovare due persone "innamorate" tra loro che non sentono amore per nessun altro. Il loro amore è, infatti, un egotismo a due; sono due esseri che si annullano a vicenda, che risolvono il problema della separazione fondendosi tra loro. Credono così di superare la solitudine; eppure, staccandosi dal resto della specie, restano separati tra di loro e perfino da loro stessi; la loro unione è un'illusione. L’amore erotico esclude l'amore per gli altri solo nel senso di fusione erotica ma non nel senso di profondo amore fraterno[29].
L'amore dovrebbe essere essenzialmente un atto di volontà, di decisione di unire la propria vita a quella di un'altra persona. Questo è, in verità, ciò che di razionale v'è dietro il concetto dell'indissolubilità del matrimonio, com'è dietro molti matrimoni tradizionali, in cui due sposi non si scelgono tra loro, ma vengono scelti l'uno per l'altro, e che tuttavia ci si aspetta che si amino. Nella civiltà occidentale moderna questo concetto appare falso, nel suo insieme. L'amore dovrebbe essere una reazione emotiva, spontanea, un sentirsi improvvisamente uniti da un sentimento irresistibile. (…Ma) Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno. Se l'amore fosse solo una sensazione, non vi sarebbero i presupposti per un amore duraturo. Una sensazione viene e va. Come posso sapere che durerà sempre, se non sono cosciente e responsabile della mia scelta?[30]
Amore per se stessi
Si ritiene che nella misura in cui amo me stesso non posso amare gli altri, che l'amore per se stessi sia una forma egoistica d'amore. Questo punto di vista ha la sua origine nel pensiero occidentale. Calvino parla di amore per se stessi come di "una peste", Freud ne parla in termini psichiatrici, ma, nonostante ciò, il suo giudizio è uguale a quello di Calvino. Per lui, amore per se stessi significa, narcisismo, libido verso se stessi. Il narcisismo è il primo stadio dello sviluppo umano, e la persona che in età adulta ritorna a questo stadio è incapace di amare; nel caso estremo è malata di mente. Freud parte dal presupposto che l'amore sia la manifestazione della libido, e che la libido sia o rivolta verso altri (amore) o verso se stessi (amore per se stessi). Amore per gli altri e amore per se stessi sono reciprocamente esclusivi, nel senso che più ve n'è di uno, meno ve n'è dell'altro. Se l'amore per se stessi è peccato, ne deriva che l'altruismo è virtù[31].
Ma è proprio così? Per il nostro autore la risposta è ovviamente negativa:
Se è virtù amare i miei vicini come esseri umani, deve essere virtù, e non vizio, amare me stesso, poiché anch'io sono un essere umano. Non esiste concetto d'umanità in cui io stesso non sia incluso. Una dottrina che proclami una simile esclusione è contraddittoria. Il concetto biblico "ama il tuo prossimo come te stesso" significa che il rispetto per la propria integrità, l'amore e la comprensione di se stessi, non possono essere scissi dal rispetto, dall'amore e dalla comprensione per un altro essere umano[32].
Se l'amore per se stessi non è disgiunto dall'amore per gli altri, come ci spieghiamo l'egoismo, che ovviamente esclude qualsiasi interesse genuino per gli altri? L’egoista s'interessa solo di se stesso, vuole tutto per sé, non prova gioia nel dare, ma solo nel ricevere. Vede il mondo esterno solo dal punto di vista di ciò che può ricavarne; non ha interesse per i bisogni degli altri, né rispetto per la loro dignità e integrità. Non riesce a vedere altro che se stesso; giudica tutto e tutti dall'utilità che gliene deriva; è fondamentalmente incapace d'amare. Questo non prova che l'interesse per gli altri e l'interesse per se stessi sono alternative inevitabili? Sarebbe così se l'egoismo e l'amore per se stessi fossero la stessa cosa. Ma questa convinzione è l'errore che ha suscitato tante conclusioni errate riguardo il nostro problema. Egoismo e amore perse stessi, anziché essere uguali, sono opposti. L'egoista non ama troppo se stesso, ma troppo poco; in realtà odia se stesso[33].
Amore per Dio
Per quest’ultima tipologia di amore (o di oggetto dell’amore) Fromm propone una lunga sintesi dello sviluppo delle religioni, evidenziando il carattere matriarcale o patriarcale di esse. Si sofferma sull’ebraismo e sul cristianesimo, ma offre, a mio avviso, una scarsa riflessione inficiata da una conoscenza parziale e superficiale della Bibbia e della teologia.
Dopo un lungo capitolo dedicato alla “disintegrazione dell’amore nella società occidentale contemporanea” (il libro, ricordiamolo, è scritto negli anni ’50 e dunque per molti aspetti è già datato) conclude il suo saggio con la “pratica dell’amore”. Torna così all’idea iniziale dell’amore che, come in ogni arte, richiede disciplina, concentrazione e pazienza, fattori che risultano essere molto difficili da praticare per l’uomo contemporaneo.
Una condizione (preliminare) per imparare qualunque arte è un supremo interesse per la padronanza di quest'arte. Se l'arte non è qualcosa di suprema importanza, l'apprendista non imparerà mai. Resterà, nella migliore delle ipotesi, un buon dilettante, ma non diventerà mai un maestro. Questa condizione è altrettanto necessaria per l'arte d'amare come per qualsiasi altra arte. Sembra, tuttavia, che la proporzione tra maestri e dilettanti pesi di più in favore dei dilettanti nell'arte d'amare che in qualsiasi altra arte[34].
Seguono una serie di consigli pratici per acquisire l’arte di amare: la disciplina, la concentrazione (“esser capaci di concentrarsi significa essere capaci di stare soli con se stessi[35]) e la pazienza. Per imparare ad amare occorre acquisire una obiettività che è ostacolata dal narcisismo che ci fa leggere l’esterno solo in termini di utilità o di pericolo: “l'obiettività è la facoltà di vedere la gente e le cose così come sono, obiettivamente, e di essere in grado di separare questo quadro obiettivo da un quadro formato dai propri desideri e timori[36]. Per acquisire obiettività è necessaria l’umiltà e una buona dose di razionalità. In una parola: richiede fede[37].
Nella sfera delle relazioni umane, la fede è una condizione indispensabile per l'amicizia e per l'amore. "Aver fede" in un'altra persona significa aver fiducia nella stabilità delle sue qualità fondamentali, della sua indole, del suo amore. Con ciò non voglio dire che una persona non possa cambiare le proprie opinioni; l'importante è che resti salda nei suoi principi, nel suo rispetto per la vita e per la dignità umana. Nello stesso modo abbiamo fede in noi stessi. Siamo consci dell'esistenza di un nostro io, di quella parte intima della nostra personalità che resta immutata, e che resiste durante tutta la vita, ad onta delle circostanze e di ogni eventuale cambiamento d'opinione e di sentimenti. E’ la parte intima, il vero significato della parola "io", sulla quale si fonda la coscienza del nostro vero essere. Se non abbiamo fede nella sopravvivenza del nostro io, la nostra libertà è minacciata e noi diventiamo succubi di altre persone la cui approvazione diventa per noi un'affermazione della nostra personalità. Solo colui che ha fede in se stesso è in grado di essere fedele agli altri, lui solo può avere la certezza di essere per loro, in un tempo futuro, com'è oggi e che, di conseguenza, sentirà e agirà come ora sente e agisce. (…). Ciò che conta, in relazione all'amore, è la fede nel proprio amore e nella propria capacità di suscitare l'amore negli altri[38].
Amare significa affidarsi completamente, incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nella persona amata. Amare è un atto di fede, e chiunque abbia poca fede avrà anche poco amore[39].



[1] F.A.R. Chateaubriand, in Aforismi e citazioni cristiane, PIEMME, Casale Monferrato 1994, p. 17
[2] The art of loving, trad. it. L'arte di amare, Milano, A. Mondadori, 1963.
[3] Idem, p.17-18
[4] Idem, p.18
[5] Idem, p.20
[6] Idem, p.20-21
[7] Idem, p.21
[8] Idem, p.22
[9] Idem, p.30
[10] L’autore prosegue qui con una lunga e interessante disamina del conformismo nella società occidentale (cf p.31-34).
[11] “Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso d'isolamento impossessandosi di un'altra persona. Sublima se stesso incorporando un altro essere, che lo idolatra”. (idem, p.38)
[12] “Il masochista sfugge all'insopportabile senso di separazione e solitudine rendendosi parte di un'altra persona che lo domina, lo guida, lo protegge; che è la sua vita e il suo ossigeno, per così dire.” (idem, p.37).
[13] Idem, p.39
[14] Idem, p.41
[15] Idem, p.42. Prosegue esemplificando: “Non è difficile riconoscere la validità di questo principio applicandolo a vari fenomeni specifici. L'esempio più elementare sta nella sfera del sesso. Il culmine della funzione sessuale maschile è nell'atto di dare; l'uomo dà se stesso, il suo organo sessuale, alla donna. Nel momento dell'orgasmo, le dà il suo seme. Non può fare a meno di darglielo, se è potente. Se non può darglielo è impotente.
Per la donna il processo non è diverso, anche se in un certo senso più complesso. Anche lei si dà; apre tutto il suo essere; nell'atto di ricevere, dà. Se è incapace di questo atto di dare, se può solo ricevere, è frigida. L’atto di dare si ripete, per lei, oltre che nella sua funzione di amante, in quella di madre. Dà al bambino che cresce in lei, dà il suo latte al neonato, gli dà il suo calore fisico. Non dare sarebbe penoso”.
[16] Idem, p.43-44
[17] Idem, p.45
[18] Esemplificato con il racconto di Giona: “Dio spiega a Giona che l'essenza dell'amore è "lavorare" per qualche cosa, "fare crescere qualche cosa", che amore e lavoro sono inseparabili”. (p.46)
[19]Rispetto non è timore né terrore; esso denota, nel vero senso della parola (respicere = guardare), la capacità di vedere una persona com'è, di conoscerne la vera individualità. Rispetto significa desiderare che l'altra persona cresca e si sviluppi per quello che è”. (p.47)
[20]Ci sono molti gradi di conoscenza; il conoscere, in quanto aspetto dell'amore, non si ferma alla superficie, ma penetra nell'intimo”. (p.48)
[21] Idem, p.61-62. Amplia poi il discorso distinguendo il ruolo materno da quello paterno nei confronti del loro figlio: “L'atteggiamento materno e quello paterno corrispondono ai bisogni propri del bambino. Egli ha bisogno dell'amore incondizionato e delle cure materne sia psichicamente che fisicamente. Il bambino, dopo i sei anni, incomincia ad aver bisogno dell'amore paterno, della sua autorità, della sua guida. La madre ha la funzione di renderlo sicuro nella vita, il padre ha quella d'istruirlo, di insegnargli a battersi con quei problemi che dovrà affrontare nella società in cui è nato. In questo caso ideale, l'amore materno non cerca d'impedire al bambino di crescere, non tenta di incoraggiarne l'impotenza”. (p.64-65)
[22] Idem, p.74-75
[23] Idem, p.68. Così prosegue: “Questa teoria può essere paragonata a quella dell'uomo che vuole dipingere ma che, anziché imparare l'arte, sostiene che deve solo aspettare l'oggetto adatto, e che dipingerà meravigliosamente non appena lo avrà trovato. Se amassi veramente una persona, amerei il mondo, amerei la vita. Se posso dire a un altro "ti amo", devo essere in grado di dire, "amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso".
[24] Idem, p.69: “Con questo intendo senso di responsabilità, premure, rispetto, comprensione per il prossimo; esso è caratterizzato dall'assenza di esclusività. Se io ho sviluppato la capacità d'amare non posso fare a meno di voler bene ai miei fratelli”. Dove per fratelli l’autore intende i propri simili, ovvero l’umanità intera: “l'amore per l'essere indifeso, l'amore per il povero e per lo straniero, sono il principio dell'amore fraterno. Amare la propria carne e il proprio sangue non è una conquista. L'animale ama i suoi piccoli e li cura… Solo l'amore disinteressato è un sentimento maturo, completo”. (p.70)
[25] Idem, p.72. L’amore materno ha anche la facoltà di comunicare al bambino l’amore per la vita: “fa sentire al bambino che è bello essere nato; instilla nel bambino l'amore per la vita e non solo il desiderio di restare vivo”. Questo concetto è espresso dall’autore attraverso una rilettura biblica molto efficace: quella della Terra promessa dove scorre latte e miele: “La maggior parte delle madri è capace di dare "latte", ma solo una minoranza di dare anche "miele". Per poter dare latte una madre non deve soltanto essere una "brava mamma", ma una donna felice, e non tutte ci riescono. L'amore della madre per la vita è contagioso, così come lo è la sua ansietà; ambedue gli stati d'animo hanno un effetto profondo sulla personalità del bambino; si distinguono subito tra i bambini - e gli adulti - coloro che ricevono soltanto "latte" e coloro che ricevono "latte e miele".
[26] Idem, p.75
[27] Idem, p.76. “Parlare della propria vita personale, delle proprie speranze e delle proprie ansie, mostrarsi sotto aspetti infantili, stabilire un interesse comune di fronte al mondo, tutto ciò è inteso come un superamento della solitudine. Perfino dimostrare la propria rabbia, il proprio odio, la propria completa mancanza di inibizioni, è scambiato per intimità, e ciò può spiegare l'attrazione perversa che spesso lega una coppia, che è unita solo a letto o quando dà libero sfogo al rancore e all'odio. Ma tutte queste forme di intimità tendono a ridursi man mano che il tempo passa. La
conseguenza è che si cerca l'amore con un'altra persona, una persona nuova. Ancora una volta l'estraneo viene trasformato in "intimo", di nuovo l'esperienza di innamorarsi è intensa, e termina col desiderio di una nuova conquista, un nuovo amore - sempre con l'illusione che il nuovo amore sarà diverso dal precedente” (p.76-77).
[28] Idem, p.77-78
[29] Idem, p.78
[30] Idem, p.79
[31] Idem, p.81
[32] Idem, p.82
[33] Idem, p.83-84
[34] Idem, p.142
[35] Idem, p.144. E sullo stesso argomento: “Concentrarsi nei rapporti col prossimo significa soprattutto essere capaci di ascoltare” (p.147).
[36] Idem, p.152
[37] Ovviamente, ma in maniera discutibile, l’autore specifica: non una fede “irrazionale” (volta alla sottomissione ad una autorità irrazionale), ma una fede “razionale” che definisce come “certezza e fermezza nelle nostre convinzioni”. (p.155). “Mentre la fede irrazionale è l'accettazione di qualche cosa che è vero solo perché un'autorità o la maggioranza lo dicono, la fede razionale è radicata in una libera convinzione che si basa sulle proprie osservazioni e idee produttive, ad onta dell'opinione generale”. (p.157)
[38] Idem, p.157-158
[39] Idem, p.162

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