L’amore è una realtà meravigliosa,

è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo!

(Benedetto XVI)



sabato 14 giugno 2014

La Trinità come espressione dell’amore perfetto

Quando Giovanni scrive che “Dio è amore” (1 Gv 4,8.16), egli pensa concretamente al Padre che ha mandato, per amore, il suo Figlio amato; ed è con questo amore che il Figlio ama anche noi (Gv 15,9); è proprio l’amore del Padre per il Figlio che è in noi, e che rende Cristo presente in noi (Gv 17,26). Ma “in questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito”(1 Gv 4,13). Ne consegue che “dobbiamo amarci l’un l’altro” (1 Gv 3.11.23; 4.7.11.12)
Perché i cristiani credono nella Trinità? La risposta è: perché credono che Dio è amore. Là dove Dio è concepito come Legge suprema o Potere supremo non c’è evidentemente bisogno di una pluralità di persone e per questo non si capisce la Trinità. Il diritto e il potere possono essere esercitati da una sola persona, l’amore no.
Non c’è amore che non sia amore di qualcosa o di qualcuno. Chi ama Dio per essere definito amore? L’umanità? Ma gli uomini esistono solo da alcuni milioni di anni; prima di allora, chi amava Dio per essere definito amore? Non può aver cominciato ad essere amore a un certo punto del tempo, perché Dio non può cambiare la sua essenza. Il cosmo? Ma l’universo esiste da alcuni miliardi di anni; prima, chi amava Dio per potersi definire amore? Se stesso? Ma amare se stessi non è amore, è egoismo o, come dicono gli psicologi, narcisismo.
Ed ecco la risposta della rivelazione cristiana che la Chiesa ha raccolto da Cristo e ha esplicitata nel suo credo. Dio è amore in se stesso, prima del tempo, perché da sempre ha in se stesso un Figlio, il Verbo, che ama di un amore infinito che è lo Spirito Santo. In ogni amore ci sono sempre tre realtà o soggetti: uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce[1].
E’ soprattutto Agostino a descrivere la Trinità come il rapporto di donazione totale tra l’Amante, il Padre, l’Amato, il Figlio e l’Amore, lo Spirito Santo[2] e ad avvisarci: “in verità vedi la Trinità se vedi l’amore”[3]. Il Padre è, nella Trinità, colui che ama, la fonte e il principio di tutto; il Figlio è colui che è amato; lo Spirito santo è l’amore con cui si amano.
Così esemplifica il mistero della Trinità Tonino Bello:
“Sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.
E sai come concludo? Dicendo che questo è uno specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.
(…) L’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito”.
Ma non solo l’umanità ha il timbro del Dio uni-trino:
“… sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore”[4].
La verità antropologica dell’amore coniugale, che nella sua struttura originaria è costituita dalla triplice dimensione di differenza sessuale, dono di sé e procreazione, è icona creata dell’amore divino trinitario[5].
Come la chiesa è immagine della Trinità lo è anche l’umanità intera. E il paradigma trinitario informa non solo la società nel suo insieme, ma anche tutti i rapporti che la sostengono portando alle estreme conseguenze quanto affermato dal Concilio. Per cui la Trinità non è più solo un dogma di fede e nemmeno solo un’esperienza spirituale individuale (S. Agostino), ma diviene il modello del sociale oltre che dell’ecclesiale. “In questa spiritualità la vita della Trinità non è più vissuta soltanto nell’interiorità della singola anima, ma scorre liberamente tra le membra del mistico Corpo di cristo”[6] E Gesù crocifisso è la chiave per vivere la dinamica dell’amore trinitario nei rapporti interpersonali, nella società, nell’umanità.
Un’antropologia fondata sulla relazione trinitaria è un impulso verso una nuova società in cui si realizza la coesione e l’unità ma nel rispetto delle diversità. Solo il modello trinitario nella dinamica di comunione nell’unità e nella distinzione, fa sì che ognuno sia, a suo modo, origine della società, e che tuttavia la società sia qualcosa di più della somma dei singoli, che la società abbia una vita unica, comune, e che tuttavia questa vita sia quella di ogni singolo che si realizza nella libertà. Nella relazione trinitaria la comunione non è antitetica alla libertà, ma le due dimensioni della persona sono legate in modo proporzionale. La persona umana è tanto più se stessa quanto più è una con le altre e tanto più libera quanto più vive la comunione con le altre e viceversa.



[1] R. Cantalamessa, Dio è amore, II predica di Quaresima (01.04.2011).  Riconoscere Dio come Amore, significa riconoscere che Dio non è solo, non è solitudine: per amare bisogna essere almeno in due, in un rapporto così ricco e profondo da essere aperto all’altro dai due.
[2] Agostino, De Trinitate, 8,10,14. Ancora: “L’amore suppone uno che ama, ciò che è amato e l’amore stesso” (id., VIII, 10,14).
[3] Idem, 8,8,12
[5] A. Scola, “Il mistero nuziale. Originarietà e fecondità”, in Anthropotes XXIII/2 (2007). Per una trattazione più sistematica, dello stesso autore si veda oltre ai due volumi dell’opera già citata: Il mistero nuziale: una prospettiva di teologia sistematica, Lateran University Press, Roma 2003.
[6] C. Lubich, Spiritualità dell’unità e vita trinitaria, in Nuova Umanità XXVI (2004), p.16.

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