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è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo!

(Benedetto XVI)



giovedì 15 gennaio 2015

Per i "duri di cuore" vale sempre la legge di Mosè

Lo sostiene un insigne biblista, con una nuova interpretazione delle parole di Gesù su matrimonio e divorzio. Ma la Chiesa cattolica ha sempre predicato l'indissolubilità senza eccezioni. Arriverà ad ammettere le seconde nozze, come in Oriente? 

di Sandro Magister, http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350967


ROMA, 16 gennaio 2015 – Non ci sono solo le arcinote argomentazioni del cardinale Walter Kasper, a favore della comunione ai divorziati risposati.

C'è anche chi percorre sentieri nuovi e originali, nell'obbedire alla consegna del sinodo dello scorso ottobre, secondo cui "va ancora approfondita la questione".

È il caso di un biblista e patrologo di chiara fama, Guido Innocenzo Gargano, monaco caìmaldolese, già priore del monastero romano di San Gregorio al Celio, docente al Pontificio Istituto Biblico e alla Pontificia Università Urbaniana.

In un saggio sull'ultimo numero del quadrimestrale di teologia "Urbaniana University Journal", padre Gargano mostra come le parole di Gesù sul matrimonio siano mosse principalmente da ciò che Dio dice per la bocca del profeta Osea: "Misericordia io voglio e non sacrificio".

E di conseguenza sostiene che Gesù, quando afferma che "l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto", non per questo cancella la condiscendenza dello stesso Dio per la "durezza del cuore" del suo popolo, al quale Mosè aveva concesso il divorzio.

La chiave di volta dell'argomentazione di padre Gargano è l'affermazione di Gesù nel discorso della montagna: "Non sono venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a dare pieno compimento".

A suo giudizio, il significato di questa affermazione è che le due leggi – quella del "fu detto agli antichi" e quella nuova del "ma io vi dico" – coesistono entrambe nella predicazione di Gesù e si chiariscono reciprocamente.

Tant'è vero che Gesù, sempre nel discorso della montagna, non esclude dal regno dei cieli ma vi fa entrare come "minimo" anche "chi trasgredirà uno solo di questi minimi precetti" e quindi – chiosa padre Gargano – anche chi usufruirà della concessione mosaica del ripudio per la "durezza del cuore".

L'autore del saggio sviluppa questi e altri punti con ampiezza e finezza, senza esplicitare le applicazioni pratiche che ne potrebbero derivare nella vita della Chiesa cattolica, non solo sulla "vexata quaestio" della comunione ai divorziati risposati, ma anche sull'ammissione o no delle seconde nozze.

Egli si limita infatti a un esercizio di esegesi e teologia del Nuovo Testamento sui testi di Matteo riguardanti il matrimonio, con solo minimi cenni ai successivi sviluppi della dottrina e della prassi della Chiesa in Occidente ed Oriente e un totale silenzio sui canoni dogmatici del Concilio di Trento e sulla costituzione pastorale del Concilio Vaticano II "Gaudium et spes", che confermano l'assoluta indissolubilità del matrimonio cristiano.

Naturalmente, resta aperta alla discussione anche l'esegesi che padre Gargano fa del detto di Gesù: "Non sono venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a dare pieno compimento".

Ad esempio, di questo detto, come pure dell'antitesi "fu detto agli antichi… ma io vi dico" che caratterizza il discorso della montagna, Joseph Ratzinger dà un'interpretazione decisamente diversa e non meno suggestiva, nel primo volume del suo "Gesù di Nazaret".

Ratzinger mostra la novità del rapporto tra legge nuova e legge antica in due casi esemplari: il comandamento sul sabato e l'altro comandamento "onora il padre e la madre", ai quali Gesù, senza abolirli, dà un nuovo e più ampio significato.

E poi mostra come nella legge antica interagissero due tipi di codici: quello "casuistico", condizionato storicamente e suscettibile di sviluppi e correzioni, e quello "apodittico", pronunciato nel nome stesso di Dio e di valore perenne, la cui "opzione fondamentale è la garanzia offerta da Dio stesso a favore dei poveri".

Gesù, scrive Ratzinger, "contrappone alla norme casuistiche, pratiche, sviluppate nella legge antica, la pura volontà divina, come la 'maggiore giustizia' (Mt 5, 20) che ci si deve aspettare dal figli di Dio".

E quindi "non amare solo il prossimo ma anche il nemico". E quindi "non solo non uccidere ma andare incontro al fratello con cui si è in lite per riconciliarsi con lui". E quindi "non più divorzi"…

Il testo integrale del saggio di Guido Innocenzo Gargano sull'"Urbaniana University Journal" è in quest'altra pagina di www.chiesa:

> Giustizia e misericordia nelle parole di Gesù sul matrimonio

Mentre questo che segue è un estratto, ripreso dalla parte centrale del saggio: 

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"MISERICORDIA IO VOGLIO E NON SACRIFICIO"

di Guido Innocenzo Gargano



Quale interpretazione dare all’espressione di Gesù in Mt 5, 17: "Non sono venuto ad abolire la Legge o i Profeti, ma a dare compimento"?

Come valutare il riferimento alla durezza del cuore in Mt 19, 8ab: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli"? 

Quale forza dovrà avere l’osservazione di Gesù in Mt 19, 8c: "All’inizio non era così"?

Per tentare di compiere un passo avanti nella riflessione su questa serie di interrogativi richiamo anzitutto […] ciò che Gesù stesso aveva dichiarato in Mt 5, 19: "Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli". 

La prima osservazione che si impone, a questo proposito, è che in Mt 5, 19 Gesù non parla di "esclusione" dal regno dei cieli, ma soltanto di situazione di "minimo" o di "grande" nel regno dei cieli.

L’osservazione ha una sua importanza perché Gesù, immediatamente dopo, e cioè in Mt 5, 20, dichiarerà con una certa solennità: "Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli", escludendo in modo esplicito, in questo secondo caso, dal regno dei cieli coloro che si fermano semplicemente alla giustizia perseguita dai farisei e non riescono ad andare oltre fino a scoprire la misericordia, agendo di conseguenza. 

Il fatto che Matteo distingua l’essere nel regno dei cieli dal non entrarci affatto, non può essere senza importanza. In realtà l’evangelista ci fa sapere, con questa sua distinzione, che ci sono dei precetti minimi la cui osservanza o meno non toglie del tutto la possibilità di entrare nel regno e ci sono invece degli atteggiamenti di fondo che possono escludere totalmente dall’entrare nel regno e che, tra questi atteggiamenti, ci sono proprio quelli dei farisei i quali, come ben sappiamo da tutto il dibattito tra loro e i discepoli di Gesù, intendevano difendere soprattutto, o forse unicamente, gli aspetti legati alla giustizia relativizzando, e perfino escludendo, quelli legati alla misericordia. […]

Adesso però dobbiamo anche chiederci di quali precetti stia parlando Gesù e capire se si tratta soltanto dell’osservanza della Torà scritta/orale con il contorno della siepe delle cosiddette "mitzvòt"; oppure se il maestro di Nazaret intenda comprendere anche certi precetti intesi piuttosto come concessioni, tipo quella di usufruire del permesso di ripudiare la propria moglie, a condizione che venga scritto l’atto di ripudio come prescrive il testo di Dt 24, 1.


All’inizio non era così


La sottoscrizione dell’atto prescritto da Mosè, ritenuta sufficiente per restare parte del popolo di Dio, potrebbe essere intesa come un’osservanza di quei "precetti minimi" che non escludono dal regno pur caratterizzando come "minimo" colui che vi entra per questa strada. E questo stabilirebbe la differenza rispetto a coloro che, cercando nella Torà scritta/orale unicamente la giustizia senza aprirla alla misericordia, ne resterebbero inevitabilmente fuori. […]

Va da sé che ne resterebbero inevitabilmente fuori anche tutti coloro che non intendessero dare alcuno spazio, con la loro rigida applicazione della giustizia, a quella particolare accondiscendenza che Gesù richiede come scelta necessaria per entrare nel regno. Cosa che succede soprattutto quando si agisce senza tener conto delle conseguenze ovvie che ricadono, per esempio in un rapporto di coppia, sulle spalle della persona più debole, esponendola all’adulterio o, ancora peggio, imponendole un’unione adultera (cfr Mt 5, 32) che escluda del tutto la tenerezza che accompagna necessariamente la misericordia. 

Potremmo così ritenere che l’insegnamento di Gesù metta in stretta connessione l’intenzione del Creatore, richiamata dalle parole: "all’inizio non era così" (Mt 19, 8c), con la corretta interpretazione dell’accondiscendenza voluta e decisa da Mosè: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso" (Mt 19, 8a). E questo non soltanto per non togliere nulla alla forza della dichiarazione di Gesù in Mt 5, 17: "Non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento", ma anche per aggiungere il richiamo ad un insegnamento, costante nella tradizione cristiana, che riguarda l’unità tra Dio Creatore e Dio Redentore, uniti nel contemporaneo rispetto della giustizia e della misericordia, accompagnato dal primato, appunto, della misericordia.


Il primato della misericordia


La riflessione che abbiamo portato avanti finora non può fare a meno di svilupparsi aggiungendo che, in questi casi, si è costretti sempre a non restare soltanto all’esterno di una considerazione giuridica, ma a considerare con la massima delicatezza possibile il coinvolgimento della coscienza personale.

Infatti siamo sempre e comunque di fronte ad una realtà che cade sotto il principio morale sintetizzato dalla massima comune: "De internis non iudicat Ecclesia". Da qui la necessità di entrare in queste cose in punta di piedi, con timore e tremore, come se si fosse di fronte a qualcosa di profondamente sacro e inviolabile, tenendo conto di un principio al quale la tradizione cattolica ha sempre richiamato gli operatori pastorali: "Paenitenti credendum est".

La risposta di Gesù sembra in realtà autorizzare proprio simili conclusioni. Infatti a prima vista Gesù sembra escludere che, nel caso del divorzio, si possa parlare di ingresso nel regno, con il richiamo esplicito al testo di Gen 2, 24 che si rifà alla Legge inscritta nelle stelle: "Non divida l’uomo quello che Dio ha congiunto" (Mt 19, 6). Quando però, sollecitato dai suoi interlocutori che gli chiedono: "Perché allora Mosè ha ordinato l’atto di ripudio e di ripudiarla" (Mt 19, 7), Gesù, cercando la motivazione di fondo di quel primo principio, si accorge che di fatto quella prescrizione mosaica manifestava un’accondiscendenza che è propria di Dio. 

Da qui: da una parte la constatazione che "per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli" (Mt 19, 8); dall’altra l’assenza di qualsiasi decisione di cassare una simile prescrizione mosaica, coerente con ciò che ha già dichiarato solennemente nel discorso della montagna: "Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento" (Mt 5, 17). Due atteggiamenti che escludono la possibilità di leggere la nostra pericope da una prospettiva unicamente giuridica o, peggio ancora, tassativa, come si è stati inclini a considerarla nella tradizione cristiana occidentale, e in quella cattolica in particolare.

In questo caso saremmo infatti di fronte ad una interpretazione del testo che esulerebbe totalmente dal contesto globale della vita e dell’insegnamento di Gesù, così come appare dal Nuovo Testamento, e dal contesto culturale e religioso in cui agiva ed insegnava il maestro di Nazaret, come risulta dal linguaggio analogo a quello utilizzato da Matteo nel discorso della montagna, compresa la frase stereotipata: "ma io vi dico" (Mt 19, 9).

Non si può negare inoltre che proprio l’accondiscendenza, e dunque il primato della misericordia, caratterizzassero l’insegnamento di Gesù distinguendolo da quello di tutti, o quasi, i maestri suoi contemporanei. È lo stesso evangelista Matteo a documentarci sulla particolare gerarchia dei valori perseguita da Gesù nella risposta ai suoi interlocutori che, in altre occasioni, lo accusavano con parole precise e dirette: "I tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato", ai quali rispondeva con parole altrettanto decise e dirette: "Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame?... Se aveste compreso che cosa significhi: 'Misericordia io voglio e non sacrificio', non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato"" (Mt 12, 1-8 passim). 

Premesso questo e chiedendoci se, secondo l’insegnamento e le scelte di vita di Gesù, si possano dare situazioni nelle quali sia possibile agire in modo difforme da ciò che prescrive la Legge inscritta nelle stelle, regolandosi invece secondo la Legge inscritta nelle pietre da Mosè e interpretata (Legge orale) dai Profeti, la risposta potrebbe essere: "Sì". A una condizione: che venga privilegiata la dinamicità della misericordia sulla staticità della Legge.

Infatti il costante insegnamento della Legge di Mosè e della Tradizione interpretativa dei Profeti, fatta propria da Gesù di Nazaret, è che si debba comunque privilegiare il valore della misericordia anche a scapito del riferimento ad una Legge scritta che non dovesse permettere di tener conto adeguatamente dei bisogni dell’uomo; bisogni che potrebbero richiamarsi alla scelta dei compagni di Davide, per esempio, che ebbero fame e mangiarono trasgredendo la materialità della Legge (cfr 1 Sam 21, 1-6, Mt 12, 1-8), o all’insegnamento di profeti come Osea che dichiarava a nome di Dio: "Misericordia io voglio e non sacrificio" (Os 6, 6; Mt 12, 7).

Lo sganciamento dell’uomo dalla presa rigida della cosiddetta "littera" della Legge è in realtà un leit motiv di tutto l’insegnamento di Gesù di Nazaret. Ne fanno testo, e proprio nell’evangelista Matteo, non soltanto il discorso programmatico della montagna, ma anche, nel testo appena riportato, la dichiarazione solenne dello stesso Gesù: "Il Figlio dell’uomo è signore del sabato" (Mt 12, 8).


Il passaggio dalla "littera" allo "spiritus"


Sappiamo che il Discorso della montagna è stato abitualmente letto come una sorta di inasprimento delle prescrizioni della Legge, ma io sono convinto che esso sia, in realtà, un generosissimo programma di liberazione dalle strettoie della "littera" della Legge scritta/orale trasmessa da alcuni in Israele. Esso permette infatti un allargamento straordinario degli orizzonti, sia interni che esterni, ai quali è invitato a volgere il suo sguardo l’uomo pio e osservante di tutti i tempi.

Non si tratta assolutamente allora di inasprimento, ma piuttosto di richiesta a superare gli stretti confini del dovere per aprirli agli spazi amplissimi della gratuità dell’amore, confrontata con la disponibilità del Padre che si lascia dirigere dalla generosità a tal punto da non fare alcuna differenza tra coloro che noi chiameremmo buoni o cattivi, giusti o peccatori.

L’affinamento del cuore e della mente richiesto da Gesù nel suo discorso della montagna non farebbe altro dunque che rifarsi, estendendola, a quella logica intrinseca alla fede che aveva permesso a Mosè di tener conto della "durezza del cuore" dei membri del suo popolo, piegando con condiscendenza la Legge alla loro situazione concreta, e così permettendo a tutti di restare uniti con l’insieme del popolo di Dio nonostante le cadute e il ritmo diverso del proprio cammino personale. […]

Dovrebbe far testo infatti, in Mt 19, 3-9, lo stesso criterio utilizzato nell’interpretazione del Discorso della montagna, criterio che non cancella, anzi sottolinea, il dettato della Legge scritta/orale, considerandolo valido e determinante, e tuttavia proponendone un superamento, che certamente non è da tutti ma che tuttavia resta l’obiettivo inteso dal Legislatore e registrato nella Legge inscritta nelle stelle, cioè nella natura.

Con una differenza però piuttosto significativa, dal momento che il richiamo alla Legge naturale, fondata sull’autorità di un’espressione gesuana come il "ma io vi dico", viene proposto come un "oltre" rispetto a ciò che Mosè ha dovuto accettare per venire incontro alla durezza di cuore dei suoi destinatari. Differenza che è un’ulteriore conferma del dibattito in corso ai tempi di Gesù tra coloro che si ritenevano anzitutto discepoli di Henoc e coloro che insistevano nel riferirsi a Mosè.


Tra "skopòs" e "telos"


Le due Leggi, quella incisa nelle stelle e quella di Mosè, potevano dunque essere proposte in modo complementare, così che potessero, in qualche modo, chiarirsi reciprocamente. […] Gesù non nega la gravità di chi è imprigionato nella "durezza di cuore", e tuttavia non lo condanna esplicitamente. La sua decisione è un’altra: accettare la propria debolezza e tuttavia non dimenticare mai che l’obiettivo fissato (skopòs) è una cosa, ma l’obiettivo raggiunto (telos) è un’altra. […]

In altre parole: il "telos", cioè il conseguimento concreto dell’obiettivo pensato da Dio, deve inevitabilmente fare i conti con la lentezza propria di una realtà umana sottomessa al tempo e allo spazio. Una lentezza che, nel caso specifico dei discepoli di Gesù, non può fare a meno di tener conto anche della fragilità dovuta al peccato. […]

Si potrebbe allora concludere che la "durezza del cuore" (Mt 19, 8a) rivelatasi lungo il tragitto di questo passaggio dallo "skopòs" al "telos", che aveva costretto Mosè a reinterpretare il desiderio di Dio Creatore in modo tale da non imporre a nessuno una incresciosa esclusione dal popolo di Dio, potrebbe interferire non poco nella realizzazione o meno dell’obiettivo fissato.

Da qui la sua decisione di ammettere, nel caso specifico di una crisi di coppia, il ripudio, condizionandolo alla sottoscrizione di un atto formale. E si potrebbe mai pensare allora che Gesù, venuto "non per abolire la Legge o i Profeti… ma a dare pieno compimento" ad essi (Mt 5, 17), abbia potuto abolire la concessione di Mosè, proprio in un punto che qualificava chiaramente, e in modo determinante, la sua predicazione e cioè la misericordia? […]

Le indicazioni pastorali, che potrebbero a prima vista apparire nuove e perfino rivoluzionarie, in realtà non sarebbero altro che la conferma esattissima dell’insegnamento del Nuovo Testamento, ricevuto certamente con sensibilità diversa in Oriente e in Occidente, ma che conferma l’unità del respiro dei due polmoni della Chiesa, l’uno e l’altro preoccupati di agire in tutto e per tutto secondo lo spirito dell’unico Vangelo.

Infatti non cambia, in tutto questo, il giudizio di Gesù sulla negatività di una decisione che contrapporrebbe la volontà del Dio Creatore, che ha inciso la sua Legge nelle stelle, alla volontà del Dio Redentore, che accetta l’accondiscendenza di Mosè verso un popolo di "dura cervice".

I Padri delle Chiese Orientali lo avevano capito molto bene, dal momento che avevano sempre contrastato i perfezionisti e gli spiritualisti di tutti i tipi che facevano di tutto per separare il Dio Creatore dal Dio Redentore. La soluzione in realtà non sta nello sposare l’irrigidimento degli spiritualisti e dei fondamentalisti di tutti i tipi, ma nel fare la giusta e necessaria distinzione tra peccato e peccatore, che è una delle eredità più preziose del Nuovo Testamento.

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La rivista di teologia della Pontificia Università Urbaniana su cui è uscito il saggio:

> Urbaniana University Journal

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Lo stato attuale della dottrina e della prassi della Chiesa cattolica sulla questione più dibattute nel sinodo, nella sintesi del prefetto della congregazione per la dottrina della fede, cardinale Gerhard L. Müller:

> Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati

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Il testo preparatorio della prossima sessione del sinodo sulla famiglia:

> Lineamenta

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